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MONTE S. GIOVANNI CAMPANO (FR)




COME ARRIVARE
- A1 - uscita Frosinone. S.S. "dei Monti Lepini" direzione Sora; Superstrada Frosinone-Sora - uscita Boville Monte S.Giovanni Campano.

info
- Comune


Il comune di Monte San Giovanni Campano occupa un ampio territorio al centro dell’attuale provincia di Frosinone. Il centro storico è posto sopra un’alta collina e la zona è densamente popolata.

Il nome del comune ha origine da una chiesa dedicata a San Giovanni a cui venne aggiunto, nel Mille, l’appellativo di Campano per indicare che il paese era nella provincia pontificia di Campagna.

Sull’origine del paese diverse sono le ipotesi ma nessuna è stata confermata dalla ricerca storica: l’insediamento può essere nato nell’antichità da popolazioni sannitiche o da profughi della vicina Cereate Marianae, oggi Casamari, oppure nel Medioevo quando popolazioni rurali si concentrarono sul vertice del colle, fortificato successivamente da alcuni feudatari. Nella zona ci sono comunque resti archeologici. I sostenitori dell’origine medioevale partono dalla fondazione di un monastero attribuito a San Benedetto e parlano di una distruzione risalente alle invasioni longobarde.

Di sicuro nella documentazione storica il castello compare intorno ai primi decenni dell’XI secolo:

possesso di alcuni feudatari, era, però, sotto il controllo del vescovo di Veroli, nella cui circoscrizione amministrativa Monte San Giovanni rimarrà per sempre. Per intervento di Roberto il Guiscardo il feudo passò ai d’Aquino e del loro territorio costituì uno dei più sicuri baluardi, consolidato con la sottomissione feudale del 1152 ad Eugenio III. Il vescovo di Veroli aveva discreti possessi nel borgo e nel territorio e nel 1155 donò ad Adriano IV una casa per le sue vacanze fuori della porta castellana. I rapporti fra i d’Aquino ed i vescovi di Veroli furono sempre turbolenti per le controversie sui boschi e i terreni agricoli posseduti in solido. Preoccupazione fondamentale dei signori feudali fu quella di fortificare il paese, dotandolo di un imprendibile castello e di una cospicua cinta muraria, pare dotata di oltre quattordici torri. Che le fortificazioni fossero robuste lo dimostrano gli assalti andati a vuoto di Guglielmo I, detto il Malo e di Federico I Barbarossa. Solo lo spaventoso terremoto del 1184 (le campane suonarono da sole per diversi giorni) danneggiò gravemente le strutture che però vennero rapidamente rinforzate e solo due anni dopo, nel 1186, Enrico VI si trovò di fronte difese così imponenti da non consentirgli l’assedio.

Nel 1243 il castello era nelle mani di Landolfo, padre di San Tommaso d’Aquino, e pare che il santo sia stato rinchiuso per circa due anni nelle fortificazioni del maniero.

I d’Aquino persero il feudo solo nel 1422, confiscato da Martino V e concesso ai suoi parenti, ma la parentesi fu breve e l’ultima discendente d’Aquino, sposando un ufficiale aragonese, ottenne di recuperarlo. Intorno al 1471 il feudo entrò nell’orbita del regno di Napoli.

La posizione fortificata indusse il presidio aragonese e gli abitanti a sbarrare il passo alle milizie angioine di Carlo VIII che nel 1495 entrarono nel regno di Napoli: alla richiesta di lasciare campo libero la guarnigione aragonese e i monticiani risposero mozzando nasi ed orecchie ai messaggeri. Il castello venne prima bombardato, tecnica di combattimento sconosciuta ai difensori, e poi preso d’assalto e devastato: morirono centinaia di difensori e di abitanti, tanto da rimanere per lungo tempo quasi spopolato. Si narra che alcuni soldati si dettero alla fuga raggiungendo la porta a sud del paese che per questo viene chiamata Porta dei Codardi. L’episodio dell’assedio è ricordato in tutte le cronache italiane del tempo e pare abbia avuto l’effetto di scoraggiare l’ulteriore difesa del regno. In seguito alle distruzioni le abitazioni verso il colle San Marco e le fortificazioni di quella parte vennero abbandonate e gli abitanti si spostarono sotto il castello determinando un ampliamento dell’abitato castellano. Tale abbandono è documentato dalla recente scoperta di cospicue strutture edilizie nel l’area suddetta.

Agli inizi del Cinquecento papa Alessan dro VI confiscò il feudo ai d’Avalos e lo donò al nipote Rodrigo Borgia. Nel 1568 il feudo, eretto a ducato da Pio V, tornò ai d’Aquino d’Avalos. Vi soggiornò Vittoria Colonna. Antonella d’Aquino d’Avalos fece erigere un convento cappuccino, subito dopo la fondazione di questo ramo riformato dei francescani. Il cenobio sorge sul luogo di una precedente chiesa che deriva dall’antico monastero benedettino, fondato dal patriarca Benedetto.

Alla fine del XVI secolo papa Clemente VIII riacquistò dai d’Aquino d’Avalos il feudo di Monte San Giovanni assieme a Colli e Strangolagalli. Il contratto d’acquisto fu stipulato il 23 marzo 1595 ed il successivo 8 Giugno il papa concesse un’amnistia generale sui generis che arrivò persino a far distruggere gli incartamenti processuali in atto e quelli di giudizi già completati. Il 19 Giugno il papa decretò che il castello fosse soggetto direttamente a Roma. Tale interesse per l’acquisizione del feudo scaturiva dal tentativo di mettere ordine ai confini meridionali dello stato, con il raggiungimento dei confini geografici lungo il fiume Liri. L’altro obiettivo era quello di controllare una piazzaforte notevole ed importante. Da quel momento, infatti, Monte San Giovanni venne inserito nel sistema di difesa pontificio.

Nel corso del Settecento si verificò un grande incremento demografico, per cui parte della popolazione andò a popolare l’agro e dette vita ad una serie di piccoli insediamenti rurali attorno a chiese di campagna. Vi fu un riordinamento del l’assetto socio-economico con la riduzione degli antichi quartieri da sette a quattro. Il secolo si era aperto con un terremoto, aveva visto il passaggio di eserciti stranieri e si chiudeva con l’arrivo della rivoluzione.

Nel 1798 Monte San Giovanni fu occupato da truppe francesi a conferma dell’importanza della piazza. Si organizzò un governo repubblicano, ma la popolazione parteggiava per il papa-re. Con la restaurazione il paese diventò sede del governatorato e si vide confermare un ruolo di predominio nell’area. Ormai aveva superato i 4.000 abitanti e diverse centinaia di famiglie abitavano stabilmente in campagna.

Paese di confine, Monte San Giovanni fù coinvolto nei moti risorgimentali: nel 1849-50 fu presidiato da truppe napoletane che vi organizzarono l’ospedale da campo. Dopo il 1860, quando i filounitari erano pochi e isolati, mentre la massa della popolazione era papalina, Monte San Giovanni fu toccato dagli avvenimenti bellici.

Nel 1867, durante il tentativo garibaldino di marciare su Roma, una colonna penetrò da sud e un gruppo di camicie rosse fu attaccato dalle forze pontificie riportando gravi perdite nella casina Valentini, in agro monticiano.

Nel 1870 Monte San Giovanni entrò a far parte del regno d’Italia ma lo spirito del paese unito non sembrò contagiare la popolazione e la classe dirigente locale. Solo verso la fine del secolo si poté constatare qualche lento miglioramento strutturale, come la realizzazione di una rete stradale che mise in comunicazione il paese con la rete nazionale e le frazioni, ormai in rigoglioso sviluppo. Alla fine del secolo molti monticiani emigrarono. Trà quelli rimasti aumentò il numero degli operai impiegati nelle cartiere di Anitrella e di Isola del Liri e per questo motivo si sviluppò un forte movimento operaio che conobbe, fra i primi decenni del Novecento ed il primo dopoguerra, momenti di intensa partecipazione.

Il terremoto del 1915 danneggiò gravemente il vecchio castello e il restante patrimonio edilizio. La prima guerra mondiale vide numerosi partecipanti: gran parte del consiglio comunale, fra cui lo stesso sindaco, partirono per il fronte. Nel 1927 Monte San Giovanni entrò a far parte della neocostituita provincia di Frosinone.

La seconda guerra mondiale ha toccato poco questo centro interno ed il dopoguerra è stato foriero di grandi novità. La popolazione ormai si è riversata impetuosamente nelle campagne, ampliando le già popolate frazioni e costituendo numerosi agglomerati nuovi. La gente si è impiegata in vari settori. Molti hanno dato vita ad un cospicuo movimento di pendolari e hanno costituito piccole e vivaci imprese edilizie. Altri lavorano nelle industrie del la zona.


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